Guillermo Del Toro’s Cabinet Of Curiosities: la recensione

La miniserie horror composta da storie autoconclusive presenta singoli episodi di tutto rispetto ma non eccelle nel complesso.

 

 

Guillermo Del Toro è uno dei più famosi registi contemporanei quando si parla di film a cavallo tra l’horror, il fantastico ed il fantascientifico. A lui si devono pellicole particolari come Mimic, Hellboy, Il Labirinto Del Fauno, Pacific Rim e La Forma Dell’Acqua; ma ha messo lo zampino, in chiave di sceneggiatore o produttore, anche in Non Avere Paura Del Buio, Splice ed il seguito (mal riuscito) dello stesso Pacific Rim.

Il suo Cabinet Of Curiosities è una raccolta di episodi autoconclusivi realizzati da registi diversi, ai quali Del Toro ha voluto affidare il compito di creare turbamento nello spettatore. I risultati però sono misti: alcuni episodi sono sicuramente di valore, altri molto meno.

Si parte da Lotto 36, dove uno sgarbato ed avido rigattiere si trova a dover restituire dei soldi presi dallo strozzino di turno. Per questo si invischia nella ricerca di un oggetto potenzialmente prezioso ma che nasconde un segreto abominevole.
Lotto 36 è una realizzazione solo discreta, e che tiene botta sia per un finale adrenalinico che per la recitazione di un Tim Blake Nelson che aveva già convinto nella serie Watchmen. Il resto però è carente, a partire da un ritmo molto blando passando per comportamenti scontati imposti dalla sceneggiatura al personaggio protagonista. Si sente la mancanza di qualche salto sulla sedia in più, ma almeno la fotografia è molto buona (e non poteva essere altrimenti, visto che alla regia c’è proprio un famoso direttore di fotografia, Guillermo Navarro).

 

 

I Ratti Del Cimitero, diretto dal canadese Vincenzo Natali (Cube – Il Cubo, Splice, Nell’Erba Alta) è sicuramente uno dei migliori episodi della raccolta. Ambientato sul finire dell’ottocento – inizi del novecento, seguiamo le vicende di un tombarolo che spoglia i cadaveri freschi di sepoltura, depredando collane, anelli e denti d’oro. A rivaleggiare con lui c’è un branco di topi che sciamano nel cimitero, e con i quali il protagonista, interpretato da un convincente David Hewlett (Cube – Il Cubo, Splice, The Whistleblower, La Forma Dell’Acqua), ingaggerà un atipico duello.
L’episodio è accattivante, ben ritmato e assolutamente consigliato per chi apprezza horror e suspense.

Anche L’Autopsia, diretto da David Prior, è un episodio ben riuscito; pur essendo presto evidente quale possa essere la direzione in cui la sceneggiatura vuole indirizzarci, lo sviluppo della trama è solido e convincente. C’è suspance e c’è un costante senso di pericolo; inoltre l’empatia con i personaggi è quasi immediata, e questo è un evidente segno di qualità.
Un occhio attento potrà notare possibili ispirazioni prese da film di fantascienza decisamente rilevanti come La Cosa o L’Acchiappasogni; non che la cosa sia negativa, peraltro, considerando la buona resa dell’episodio.

 

 

Molto interessante è L’Apparenza, che abbandona i toni prettamente horrorifici per sfociare quasi in una critica chiaramente indirizzata verso una fetta della società occidentale. L’episodio diretto da Ana Lily Amirpour è forse il più onirico e il più graffiante, ma è anche quello che meno si inserisce nel contesto di Cabinet Of Curiosities, visto il suo stile completamente differente rispetto al resto della produzione. Molto interessante la prestazione di Kate Micucci, perfetta in un ruolo assolutamente atipico che colpisce nel segno.

Con Il Modello Di Pickman iniziano i dolori; sia questo episodio che quello seguente, I Sogni Nella Casa Stregata, si rifanno a dei racconti di H.P. Lovecraft; purtroppo la realizzazione non è da strapparsi i capelli. Nel primo episodio il ritmo è molto lento, mentre nel scecondo l’azione, che prende il sopravvento, non convince. I registi Keith Thomas e Catherine Hardwicke (Thirteen – 13 Anni, Twilight, Cappuccetto Rosso Sangue) non riescono a trasmettere emozioni tali che lo spettatore si possa sentire coinvolto, e probabilmente i due episodi sono il punto più basso (anche se non necessariamente brutto) della raccolta.

 

 

La Visita potrebbe riportare in alto il livello di Cabinet Of Curiosities, ma purtroppo l’episodio diretto da Panos Cosmatos sembra monco. Il finale rimane fin troppo aperto per quello che dovrebbe essere un episodio autoconclusivo, e gli eventi che accadono poco prima, per quanto affascinanti, non riescono a dissipare né quell’aura di stantio e di lentezza generata dalla prima parte dell’episodio, né quel senso di repulsione nei confronti di un Peter Weller qui odioso (Le Avventure Di Buckaroo Banzai, Robocop, Un Poliziotto In Blue Jeans, Leviathan, Il Pasto Nudo, Screamers, La Dea Dell’Amore). Un vero peccato, visto che l’idea alla base dell’episodio è di per sé ottima e che si poteva sfruttare molto meglio; ad ogni modo è una puntata che si lascia vedere.

Infine si chiude con Il Brusio, ma nemmeno questo episodio aiuta a chiudere in bellezza. Oltre alla distanza che si prova dall’insopportabile personaggio interpretato da Essie Davis, in grado di anteporre il suo femminismo e la sua voglia di primeggiare a qualsiasi cosa, il racconto sembra quasi telefonato, annunciato; sembra insomma che segua dei binari piuttosto evidenti e prevedibili, e che la trama sia una delle meno ispirate dell’intera raccolta.

In conclusione, Guillermo Del Toro’s Cabinet Of Curiosities è una serie dagli alti e bassi piuttosto evidenti. Con tre buoni episodi, due passabili e tre evitabili, non è facile emettere un verdetto univoco. La serie può sicuramente essere gradita agli appassionati del genere, ma il meglio lo mostra nella sua prima parte. Vedere tutti gli episodi non è obbligatorio, ma difficilmente lo spettatore andrà a selezionarli uno per uno.

Guillermo Del Toro’s Cabinet Of Curiosities, 2022
Voto: 6
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