Un titolo assurdo promette molto, ma il film di Krzykowski si perde tra malinconia irrisolta e scelte narrative incoerenti, trasformando un’idea intrigante in un’occasione sprecata.

Esistono film memorabili dai titoli improbabili, come Se Mi Lasci Ti Cancello (una incancellabile macchia capace di far apparire come una pessima commediola un film profondissimo). Esistono anche titoli improbabili che descrivono con precisione ciò che promettono; purtroppo, L’Uomo Che Uccise Hitler E Poi Il Bigfoot rientra proprio in questa seconda categoria. Il titolo incuriosisce, cattura l’attenzione e suggerisce un racconto sopra le righe, ma il risultato finale è una narrazione che lascia più perplessi che coinvolti, incapace di restituire un senso compiuto alla pellicola.
Calvin Barr è un ex militare americano che vive in solitudine dopo una vita segnata da missioni segrete mai riconosciute ufficialmente. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Barr viene incaricato di eliminare Adolf Hitler in una missione clandestina; molti anni dopo, ormai anziano, viene nuovamente reclutato per affrontare una minaccia altrettanto fuori dall’ordinario: il Bigfoot, creatura portatrice di un virus letale capace di sterminare intere specie animali. Tra ricordi di guerra, rimpianti personali e un ultimo incarico impossibile, la storia segue il percorso di un uomo consumato dal silenzio e dall’invisibilità.
Robert D. Krzykowski ricopre i ruoli di regista, sceneggiatore e co-produttore di L’Uomo Che Uccise Hitler E Poi Il Bigfoot; una scelta che finisce per rivelarsi uno dei limiti principali del film. L’assenza di un reale contrappeso creativo porta a una gestione autoreferenziale della storia, dove le idee non vengono filtrate né sviluppate con sufficiente rigore. L’avvio del film appare anche promettente; tuttavia, con il passare dei minuti, la narrazione scivola in una progressiva perdita di direzione, fino a sfociare in una sceneggiatura senza senso e priva di coerenza interna.

Sam Elliott (Tombstone, Il Grande Lebowski, A Star Is Born) interpreta Calvin Barr in età avanzata; un uomo solitario, apparentemente ordinario, ma dotato di capacità fuori dal comune. Il passato del personaggio viene ricostruito attraverso lunghi flashback ambientati durante la guerra, nei quali il giovane Barr, interpretato da Aidan Turner (Poldark, Being Human, Lo Hobbit, Rivals), rintraccia Hitler e lo elimina in una sequenza quasi priva di dialoghi. Proprio in questa sezione il film riesce a esprimersi con maggiore efficacia; le immagini raccontano più delle parole e la colonna sonora accompagna con discrezione una tensione ben calibrata.
Anche la messa in scena segue questa impostazione misurata; la fotografia predilige toni freddi e desaturati, rafforzando l’idea di un mondo svuotato e distante, mentre il ritmo volutamente lento accompagna il carattere solitario del protagonista. Le ambientazioni, spesso spoglie e silenziose, sembrano riflettere lo stato interiore di Calvin Barr, sottolineando una scelta estetica coerente seppur incapace di compensare le debolezze strutturali della narrazione.
Parallelamente viene introdotta una storia d’amore interrotta dalla guerra; un legame sincero, destinato a spezzarsi prematuramente. Il racconto è prevedibile, ma funzionale; l’idea di un eroe invisibile, segnato dal sacrificio e dalla solitudine, avrebbe potuto sostenere un’intera opera malinconica e misurata. Tuttavia, questa linea narrativa non viene mai davvero approfondita, supportata da una tensione sentimentale reale né portata a una conclusione emotivamente significativa.
Fino a questo punto, il titolo del film rispecchia quanto mostrato; il vero problema emerge quando entra in scena la seconda metà della promessa. L’incarico di eliminare il Bigfoot introduce una svolta brusca e dissonante; il tono cambia, la storia perde compattezza e il racconto si sposta improvvisamente verso una caccia solitaria nelle foreste canadesi.

Questa parte del film è caratterizzata da sequenze dilatate, silenzi prolungati e una narrazione che non aggiunge nulla a quanto già raccontato. La presenza di evidenti buchi di trama e di scelte narrative poco meditate contribuisce a compromettere definitivamente l’equilibrio dell’opera. Il protagonista stesso, fino a quel momento tratteggiato con una certa dignità, viene progressivamente svuotato di spessore e ridotto a una figura quasi grottesca.
Il finale lascia emergere una domanda inevitabile: quale fosse il senso complessivo di questa storia. L’opportunità di raccontare la vita di un eroe dimenticato viene sacrificata sull’altare di una deviazione narrativa mal gestita e priva di reale funzione simbolica. Al di là di una malinconia di fondo, mai davvero esplorata fino in fondo, non resta molto a cui aggrapparsi.
L’Uomo Che Uccise Hitler E Poi Il Bigfoot parte da un’intuizione interessante, ma finisce per smarrirsi in una sceneggiatura confusa e sbilanciata; un film che promette molto attraverso il suo titolo, ma che non riesce a trasformare quella promessa in un racconto significativo.








