Nonostante delle premesse interessanti, Base Artica Zebra si perde nelle tipiche situazioni esagerate che Hollywood sforna fin dagli anni ’50.

Storicamente, le grandi produzioni cinematografiche statunitensi puntano spesso alla spettacolarità e allo stupire lo spettatore, ma andando a stringere ci si rende conto che di sostanza in questi casi non ce n’è tantissima. Purtroppo è il caso anche di Base Artica Zebra, film ad alto budget che lascia molto a desiderare sul piano della credibilità.
La storia vede un satellite precipitare nella zona artica, nei pressi di una base scientifica statunitense con la quale si perdono quasi immediatamente i contatti. Viene quindi inviato un sottomarino nucleare con una squadra di soldati altamente selezionati ad indagare ed a recuperare il satellite.
Base Artica Zebra vuole darsi un’aura di grandezza ed imponenza; e lo fa sia impiegando un cast di un certo rilievo (ma di questo parleremo più avanti) sia attraverso riprese dall’importante aspetto visivo. Ma la prima cosa che lo spettatore nota (oltre ad un satellite che si muove in direzione opposta a quella impressa dai motori…) è l’utilizzo di una imponente overture musicale ad inizio film che verrà poi replicata nell’intervallo e alla conclusione dello stesso: si tratta di un apprezzabile stile cinematografico sperimentato dalle grandi produzioni negli anni ’50 e ’60 ma che è stato ben presto abbandonato.

Il girato è quasi tutto suddiviso tra l’interno del sottomarino e la base artica; visivamente Base Artica Zebra è appagante e convincente, fatta salva l’ultima decina di minuti, nella quale si notano blocchi di ghiaccio perfettamente parallelepipoidali: si tratta di una soluzione grossolana per ricreare in studio il territorio polare, che stona clamorosamente con il resto della scenografia. Non stona però col tenore complessivo del film, nel quale approssimazione e faciloneria la fanno da padrone.
Le scene in cui le assurdità fanno da pilastro a Base Artica Zebra si sprecano: oltre al menzionato movimento del satellite, contrario alle regole della fisica, si parla di agenti segreti imbarcati sul sottomarino che hanno totale libertà di accesso ai locali più critici, o della possibilità di fumare sigarette nel compartimento di stivaggio e lancio dei siluri; o di componenti tecnologici dalla natura e provenienza del tutto pretestuose fino ad arrivare al pacchianissimo detonatore russo con la scritta “Detonator” lasciata in inglese ma con caratteri cirillici. Una roba che mi è capitato di vedere solo nei film comici di serie B.

Base Artica Zebra si caratterissa per un progressivo scivolamento verso l’improbabile, il ridicolo, l’insulso; le trovate del regista John Sturges (I Magnifici Sette, La Grande Fuga e una marea di film western di medio-basso livello) denotano una completa mancanza di conoscenze militari ma anche di semplice buonsenso: in quale universo due squadre di militari nemici si contrappongono stando tranquillamente in piedi e ammassandosi l’un l’altro? Quanto mai potrà metterci un compartimento ad allagarsi quando il natante è in profondità? Come si può credere che un reparto scelto sia composto da gente tutt’altro che preparata, e che il reparto stesso venga affidato per questa importante missione ad un ufficiale che quei soldati non li ha mai conosciuti prima?
Il cast non fa nulla per risollevare le sorti della pellicola. Rock Hudson, il protagonista, ha l’espressività di un Big Jim d’annata; al cambiar delle situazioni, il suo volto rimane sempre imperterritamente plasticoso (come d’altronde aveva prima dimostrato in Magnifica Ossessione, I Fucilieri Del Bengala, Il Gigante, Addio Alle Armi, Tobruk). Al suo fianco troviamo Patrick McGoohan; il protagonista de Il Prigioniero, serie sopravvalutata per quanto valentemente sperimentale, insiste nella sua recitazione asettica, pomposa, rigida e supponente che lo renderà poco apprezzabile anche nelle sue apparizione future (Fuga Da Alcatraz, Scanners, Braveheart).
Molto meglio si comporta Ernest Borgnine: il poliedrico e prolifico attore di origine italiana (Da Qui All’Eternità, Johnny Guitar, Giorno Maledetto, Marty – Vita Di Un Timido, Alamo, Il Giudizio Universale, Il Volo Della Fenice, Quella Sporca Dozzina, Il Mucchio Selvaggio, L’Avventura Del Poseidon, Poliziotto Superpiù, 1997: Fuga Da New York, Gattaca, Hoover, Whiplash, Red) non è perfetto ma dona al film quel tocco di leggerezza ed imprevedibilità che lo avrebbe altrimenti reso un vero mattone dall’evoluzione altamente prevedibile.

Rivedibile l’ex giocatore di football americano Jim Brown (Quella Sporca Dozzina, L’Implacabile, Mars Attacks!, He Got Game, Ogni Maledetta Domenica), una vera icona per il pubblico statunitense ma che solo nelle pellicole successive supererà i suoi limiti.
Base Artica Zebra poteva essere un buon film di spionaggio, o di azione, o un thriller o addirittura (volendo derivare sul tema) di fantascienza. Invece è solo un accozzaglia di situazioni via via sempre meno credibili, che progressivamente sfociano nel banale, nello scontato e nell’inaccettabile per uno spettatore dotato di almeno due neuroni funzionanti. Le oltre due ore di proiezione scorrono via lente, e se la prima parte del film non è affatto male, quando si arriva nell’Artico la pellicola mostra il peggio di sé, compromettendo irrimediabilmente quanto fatto in precedenza.









