Pacific Rim – La Zona Oscura, Stagione 1: la recensione

Stesso tema dei film, ma approfondito in maniera molto diversa. Ci si diverte? È un viaggio alla scoperta di un mondo che è profondamente cambiato.

 

 

“Ci sono i robot giganti, i mostri cattivi e tante botte di menare”. Così apriva la recensione di Pacific Rim il mitico Cobra. Io aggiungerò solo che Pacific Rim – La Zona Oscura fa della scoperta il suo punto di forza.

Pacific Rim – La zona Oscura è un anime d’azione, fantascienza e mecha. La produzione è una collaborazione giapponese-americana ideata da Hiroyuki Hayashi e Jae-hong Kim. L’idea è quella di espande la storia dei primi due film con una serie animata.

I film raccontano che il mondo è sotto attacco dei Kaiju, bestie aliene giganti che provengono da un portale aperto sul fondale marino dell’oceano Pacifico. L’umanità ha risposto all’assalto costruendo i Jaegers, dei robot giganti, o mecha, che servono a combattere alla pari con le creature aliene.

Rispetto al resto della produzione, che si ambienta principalmente nelle città asiatiche di Giappone, Cina e Corea, ci troviamo nelle vaste e desertiche aree dell’Australia. Dopo una prima disperata resistenza, il continente australiano viene abbandonato a sé stesso; durante la frettolosa ritirata, molti vengono lasciati indietro. I nostri protagonisti fanno parte di una delle sacche di superstiti che si sono nascosti per evitare di essere uccisi dai Kaiju.

I giovani Taylor e Hayley Travis hanno trovato rifugio in una valle isolata circondata da ripide pareti rocciose. Insieme a loro c’è un buon numero di bambini ed un esiguo numero di adulti. Tutti si danno da fare per creare un rifugio sicuro per sopravvivere. I genitori dei due protagonisti decidono di partire in cerca di aiuto, ma purtroppo non faranno più ritorno.

 

 

Il tempo passa, i bambini crescono e diventano adolescenti. Cinque anni dopo Hayley si ritrova casualmente in una base nascosta. Esplorando la struttura militare, la ragazza si imbatte in un Jaeger pensato per l’addestramento. I due fratelli riescono ad attivare il gigantesco mecha chiamato Atlas Destroyer e decidono di partire alla ricerca dei genitori.

I Kaiju sono cacciatori instancabili, ma la loro mole gigantesca non è efficace per predare tutti i sopravvissuti sparsi per il continente. Ecco che entra in campo qualcosa di nuovo che nelle pellicole cinematografiche non appare: dei piccoli predatori Kaiju, simili a canidi mostruosi, imperversano per le città semidistrutte; bestie gigantesche e piccoli killer non sono gli unici pericoli che l’Australia ha in serbo per i due ragazzi.

Gli umani sopravvissuti sono divisi in piccolissimi gruppi; alcuni di essi si sono organizzati e hanno cominciato a cacciare i Kaiju per sopravvivere. Da una carcassa di Kaiju è possibile ricavare utilissime risorse e quindi esistono gruppi che si sono impegnati a lavorare i cadaveri. Altri gruppi tentano semplicemente di sopravvivere alla giornata e, ai loro occhi, impossessarsi di un Jaeger è un’ottima opportunità per vivere più a lungo.

È tutto qui? Un semplice viaggio della speranza? Ringraziando il cielo la storia non nasconde solo questi semplici spunti: l’Australia è diventata una terra di esperimenti. Connettere la mente di un uomo con un Kaiju è stato già proposto nei film, ma provare ad approfondire ed evolvere questa soluzione è compito di questa serie. Siete curiosi di capire in che modo?

 

 

In fin dei conti i Kaiju sono solo delle gigantesche macchine biologiche da guerra. Nei film abbiamo avuto il piacere di vedere che esistono altre tipologie di alieni che tirano le fila di questa invasione. E se queste creature avessero varcato il portale? Cosa mai possono aver sperimentato in un territorio vasto come l’Australia? Questi sono stuzzicanti spunti per lo spettatore.

Il paragone con la serie cinematografica è doveroso. Le epiche battaglie nelle città illuminate o nelle profondità degli oceani lasciano il posto a combattimenti su aridi terreni o in ambienti semidistrutti. Nessuno prova a risolvere la situazione, perché ormai il continente australiano è stato abbandonato a sé stesso, e quindi vi è una sola via da percorrere: Ognuno per sé, Dio per tutti!

I combattimenti tra giganti ci sono, e sono anche molto interessanti, ma non sono il solo punto di forza della storia: la descrizione di come l’uomo è capace di adattarsi e sopravvivere in un mondo in cui non è al vertice della catena alimentare è interessante e ben congegnata; l’evoluzione emotiva dei due fratelli è altrettanto interessante. Sono ragazzi che hanno vissuto un periodo di pace effimera e che ora si ritrovano a combattere con le unghie e con i denti per sopravvivere. Pacific Rim – La Zona Oscura va oltre tutto questo e fa della scoperta il suo vero punto di forza.

La parte grafica è interessante: i Kaiju e i giganteschi mecha hanno un’animazione in computer grafica che risulta fluida e senza grosse pecche, mentre i personaggi sono realizzati con lo stile giapponese. Credo però che la componente che mi ha convinto di più sia la cura degli sfondi. Deserti e rovine sono abbastanza facili da fare, ma il dettaglio di un cielo al tramonto, di un cartellone pubblicitario o di un semplice soprammobile impolverato, riescono ad alzare il livello qualitativo del prodotto.

Questa prima stagione prepara le basi per qualcosa di più interessante. Mi sento di definirla come un discreto antipasto che ha stuzzicato l’appetito, ma che non riesce a soddisfare del tutto la fame. Ora però voglio qualcosa di più sostanzioso e spero di entrare nel vivo delle vicende con la seconda stagione che è in uscita nel 2022.

 

Pacific Rim – La Zona Oscura, Stagione 1, 2021

Voto: 7

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