In un mondo fatto di social, estremismi e posizioni radicali, tutti sembrano aver scordato uno degli eventi più catastrofici e illuminanti della storia umana.

Sono trascorsi pochi giorni dalla ricorrenza legata al disastro nucleare di Chernobyl, un evento che ha segnato a vita una generazione e per centinaia di anni un’ampia zona di territorio ucraino.
Il 26 aprile del 1986, in seguito a manovre tecniche mai veramente chiarite, uno dei reattori della centrale nucleare sovietica di Chernobyl esplose, rilasciando per giorni nell’atmosfera una quantità gigantesca di particelle radioattive. La nube conseguente al disastro non si diffuse solo sull’intera Ucraina, sulla Bielorussia e sulla parte occidentale della Russia, ma anche su tutta l’Europa; Italia compresa.
A distanza di quarant’anni, sembrano essere poche le coscienze ancora sveglie su di un accadimento che avrebbe dovuto insegnare al genere umano che con certe cose non si deve giocare, che i rischi sono troppo elevati. Oggi si torna a parlare di nucleare (anzi di mini-nucleare), di piccole centrali, di tecnologie al torio. Il problema però resta lo stesso: le radiazioni sono qualcosa di invisibile ed intangibile, ed in caso di fuga non sono contenibili; persistono nel ambiente per centinaia di anni.

Purtroppo l’essere umano tende a dimenticare, a rimuovere ciò che non gli è gradito e a seguire il messaggio mainstream di turno (il famoso concetto di gregge); ma quando si tratta di radiazioni, il pericolo è enorme.
Si può morire per avvelenamento acuto da radiazioni; questa morte, dolorosissima per via della letterale disgregazione dei tessuti dall’interno del corpo, non è rapida e lascia cosciente la persona contaminata quasi fino alla fine, provocando indicibili sofferenze fisiche e mentali.
Si può morire per effetti a lungo termine: tumori, malformazioni e malattie mentali sono maggiormente diffuse sui territori contaminati rispetto a zone sane. L’Ucraina vede ad esempio circa 1500 tumori infantili all’anno, un numero esorbitante in relazione alla popolazione: tra le due e le sei volte in più rispetto a prima dell’evento.
A tutt’oggi la zona di esclusione ha comportato l’abbandono delle proprie vite e dei propri beni per circa 250000 persone; trattate come appestate e contagiose, e trasferite alla bell’e meglio con i soliti metodi comunisti in territori ed alloggi di fortuna che per loro sono alla fine diventate residenze permanenti.
Da qualche anno si parla nuovamente di nucleare ad uso civile, della realizzazione capillare di nuove piccole centrali e di una migrazione a questo tipo di energia. Ci sono delle motivazioni dettate anche da motivazioni pratiche che sostengono questa tesi (ne parleremo in un prossimo futuro), ma non si deve scordare ciò che è stato e ciò che potrebbe essere di nuovo.
Chernobyl, come Fukushima (altro evento dei cui effetti non si parla abbastanza nonostante due ammirevoli recenti serie TV, da vedere per chi volesse approfondire i disastri del 1986 e del 2011) devono rimanere moniti imperituri sulla pericolosità dell’atomo.









