Esiste il male? Questo documentario su Puff Duddy sembra intenzionato a dare una risposta, e decisamente affermativa.
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Se un genio del rap come 50 Cent s’impegna a produrre una serie di quattro puntate sulla vita di dubbia moralità di Sean Combs, in arte Puff Daddy o P. Diddy (mah), una ragione profonda ci deve essere. E c’è. I proventi di questa inchiesta giornalistica, portata avanti molto bene dal regista Alex Stapleton, infatti, sono stati devoluti alle vittime del magnate della musica accusato più o meno di ogni nefandezza (inclusa la guerra dei mondi e l’estinzione dei dogo) ma con una particolare attenzione all’antica arte della violenza sessuale di entrambi i generi. Una personcina a modo, insomma, che tra immagini di repertorio e interviste inedite, narra anche con un pizzico d’orgoglio di come sia riuscita ad arrivare dalla strada al tetto del mondo: a colpi di pistola. E non è esattamente una metafora.
Sean Combs, nato nei sobborghi più infimi di New York da un padre criminale (un figlio d’arte), mostra da subito una grande ambizione purtroppo (per lui) non accompagnata da un grande talento; e quando qualcuno è scarso, o molla o spara. Indovinate quale opzione sceglie il rapper e producer più famoso degli anni novanta? In ogni passo in avanti della sua carriera, come ben mostra l’opera di Stapleton, c’è dietro una lunga scia di sangue: incontri di beneficenza di basket finiti con morti e feriti perché la sicurezza dell’evento non era stata curata, nomi di grido come Tupac fatti fuori a revolverate per facilitare l’ascesa degli artisti in classifica, pestaggi vari per convincere gli addetti ai lavori a curare gli interessi della Bad Boy Records. Un bel pasticciaccio, come direbbe Gadda, in cui la parte “gangsta” per una volta è vera e quindi è schifosa. L’idea che in Italia si scimmiotti un simile avanzo di galera è orrenda, e Sean Combs – La Resa Dei Conti vuole proprio mandare questo messaggio: l’hip hop non è questo e non va confuso con Puff Daddy e il suo ciarpame. C’è gente come Eminem in grado di sputare l’anima in un microfono e gente come Diddy in grado solo di prendere con la forza ciò che l’arte non gli darà mai.
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Il documentario incolla lo spettatore allo schermo perché va oltre la parte discografica, raccontando i rapporti personali di questo mezzo uomo che concepisce il sesso (con donne ma anche con uomini) solo come violenza rubata a persone stordite dalla droga e dall’alcol. Le testimonianze delle vittime, spesso celebrità che si sono affidate alle sue cure per svoltare nella musica, fanno rabbrividire. Il metodo Diddy è sconcertante e lo riprova un filmato di telecamere a circuito chiuso di un hotel in cui l’artistone semi-nudo prende a calci sulla testa la sua fidanzata strafatta sul pavimento; un vero maschione cattivo e temibile che se la prende con i deboli e manda gli amici muscolosi a fare il lavoro sporco.
Mai titolo fu più evocativo di questo, perché 50 Cent restituisce al mondo un coniglio con la “C” maiuscola e Netflix lo mostra senza mezzi termini.
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Se siete appassionati degli anni novanta, della musica americana e delle storie a tinte fosche, questo titolo saprà raccontarvi la verità meglio di qualsiasi biopic. Solo quel capolavoro di Better Man su Robbie Williams ha saputo osare così tanto, seppur in modo del tutto diverso. Certo è che, se in Italia Hanno Ucciso l’Uomo Ragno, questa serie ha ucciso l’uomo nero (e non in senso artistico)!









