Dalla Corea arriva un film di fantascienza che sbaglia completamente il modo di porsi, sprecando l’opportunità di convincere lo spettatore.

Una delle tante regole non scritte che governano e decidono la buona riuscita di un racconto, è che se la storia si basa su di un mistero, l’usufruitore deve essere tempestivamente avvisato. The Great Flood invece si presenta come un film dove la credibilità è ridotta ad un livello molto basso proprio perché le premesse costruite dal regista Kim Byung-Woo sono sbagliate.
In The Great Flood, l’umanità si trova alle prese con un evento meteorico che sta per spazzare il mondo da ogni forma di vita; la nostra protagonista cerca di portare il figlio sul tetto del suo condominio, scortata da un oscuro personaggio che pretende di aiutarla. Le enormi ondate causate dall’impatto dell’asteroide nell’oceano vanno ad allagare mano mano tutti i piani del megacondominio, rendendo sempre più difficile un’ascesa ostacolata anche da eventi fortuiti.

Il problema principale di The Great Flood nasce dal fatto che lo svolgimento della storia si incentra su azioni, scelte, ragionamenti e situazioni spesso pretestuose e non credibili; e paradossalmente esiste anche un motivo per accettare quest’ordine di cose, solo che allo spettatore non vengono forniti strumenti per capirlo prima che sia troppo tardi e che il giudizio sul film si sia già formato.
Infatti, col senno di poi si riescono a capire tanti passaggi forzate e tante (alcune) assurdità, accettando di mettere in campo quella regola del “vale tutto” che consente di espandere i confini delle possibilità.

Eppure, nonostante questo e nonostante le spiegazioni retroattive che uno può arrivare a darsi, The Great Flood convince poco. Non si tratta solo della poca espressività della protagonista Kim Da-Mi o del suo degno compare Park Hae-Soo (quest’ultimo visto in Squid Game); il film proprio non riesce a generare empatia nello spettatore, e gli stessi momenti di tensione che dovrebbero arrivare inaspettati sono in realtà telefonati e abbastanza scontati.
E’ un peccato, perché l’idea di fondo di The Great Flood non sarebbe affatto male. Il doppio salto in avanti che ad un certo punto la storia ci propone, fa capire che effettivamente la trama è ragionata e non banale; espressa però con una sceneggiatura di questo tipo, che pretende una credulità che inizialmente nessuno spettatore dotato di un cervello funzionante può concedere, ottiene un risultato contrario a quanto sperato.

Di esperimenti analoghi se ne contano diversi; da The Island al più efficace The Signal, più o meno tutti insegnano che non si deve tirare troppo la corda senza mettere qua e là qualche elemento che permetta allo spettatore di sviluppare un legittimo dubbio. The Great Flood invece per troppo risulta lineare e piatto, col risultato di rendersi veramente poco appetibile anche quando si capisce che esiste un non detto che ha la sua importante rilevanza.
The Great Flood è un colpo andato a vuoto; i 108 minuti di proiezione terminano senza un vero sussulto, lasciando nello spettatore una palpabile sensazione di insoddisfazione e di inconcludenza.









