Afghanistan: il Vietnam dei nostri tempi

Con una smobilitazione frettolosa e malgestita, seguente ad un decennio di politiche vuote e sterili, gli USA hanno riconsegnato l’Afghanistan ai Talebani.

 

 

Apparentemente le amministrazioni USA non imparano dai propri errori. Non importa si tratti di repubblicani o democratici; dai tempi del Vietnam l’unica soluzione che riescono a trovare nelle crisi internazionali è l’intervento armato, che nei fatti non ha mai portato a risultati apprezzabili.

Negli ultimi 30 anni gli USA hanno guidato numerose missioni internazionali volte a pacificare e stabilizzare aree calde del pianeta, o contro minacce terroristiche o regimi ostili: è successo in Iraq due volte, nel 1991 e nel 2003, contro Saddam Hussain; in Somalia nel 1993 per rimuovere i signori della guerra; in Afghanistan nel 2001 contro i Talebani guidati da Osama Bin Laden. In molti di questi territori la presenza di soldati americani è durata anni (un ventennio nel caso dell’Afghanistan); in nessun caso gli effetti finali sono stati quelli sperati – e li conosciamo tutti.

 

 

Ad ogni modo, anche nelle situazioni in cui gli Stati Uniti sono rimasti ufficialmente alla finestra manovrando dietro le quinte i poteri locali i risultati sono stati drammatici: dalle primavere arabe alla guerra civile in Siria ed in Libia, passando per il rischio fatto correre all’intero mondo nel voler sfidare la Russia tentando di inglobare l’Ucraina sotto l’ombrello NATO.
L’unica missione importante finita bene che ha visto partecipare gli USA è quella nell’ex-Jugoslavia; ma lì a guidare erano gli europei.

I Talebani sono figli dei Mujahiddin, creature degli USA nati negli anni ’70 per contrastare l’URSS sui territori montani che circondano Kabul; e l’Isis è stato tollerato pur di combattere la Siria di Assad non prendendo iniziative. Non serve andare a cercare fra testi complottisti o nelle teorie cospirazioniste: sono fatti noti, citati da fonti autorevoli ed ormai assodati (anche se trovare le dichiarazioni di Hillary Clinton del 2016 è diventato impossibile su internet, come se almeno in Italia fossero state rimosse).

 

 

Oggi, venti anni dopo l’intervento USA in Afghanistan, dopo aver speso oltre 1000 miliardi di dollari, dopo aver lasciato sul campo centinaia di soldati, si riparte da zero, buttando alle ortiche tutti gli sforzi ed i sacrifici fatti. E non è l’unica ad essersi impegnata: solo nel nostro caso, sono oltre 50 i miliari italiani caduti (700 i feriti gravi) e 9 i miliardi spesi, mentre sono innumerevoli gli afghani che ci hanno rimesso la vita nella guerra contro i Talebani.

Si è sbagliato tutto: si è voluta imporre una cultura dai valori (i nostri) molto lontani da quelli di un Afghanistan diversissimo da quello che era prima dell’invasione URSS del ’79; si è preteso che un esercito costruito su clan in lotta fra loro e gestito da figure politico-militari di dubbio spessore potesse tenere testa a fanatici privi di scrupoli ed altamente motivati; ed infine, pur con le valide motivazioni dettate da un disimpegno che doveva prima o poi iniziare, si è volutamente ignorato quanto covasse sotto le ceneri e si è deciso di abbandonare il paese al suo destino, inclusi coloro che hanno lavorato, collaborato o simpatizzato per gli occidentali – esattamente come nel 1991 in Iraq.

 

 

Le immagini che ci arrivano da Kabul sono strazianti. Una folla che ha assaltato l’aeroporto, sperando di poter essere evacuata con i voli che i paesi occidentali stanno organizzando per i propri connazionali; un elicottero americano che permette l’evacuazione dell’ambasciata (proprio come a Saigon nel 1975); ed infine, quelle persone aggrappate ai carrelli degli aeroplani, la cui fine è stata orribile.

 

 

È l’inizio di un nuovo Afghanistan: un possibile asilo per il jihad contro gli occidentali, un punto di riferimento per tutti gli islamici radicali ma anche per quelli più tradizionalisti, che non vedono di buon occhio i valori occidentali, un enorme parco giochi per chi vuole imporre la sharia, chi vuole organizzare attacchi terroristici contro di noi.
Questa è più di una sconfitta: è una completa disfatta culturale prima che militare. È l’evidenza di come un approccio morbido, accondiscendente, inclusivo non abbia alcun modo di funzionare nel mondo reale. Ora però è impossibile rimediare alla situazione, e mentre Russia, Cina e Turchia (una possibile alleata dei Talebani) stanno già facendo lavorare le loro diplomazie per controllare ed ottenere il meglio da questo evento, Europa e USA si sono fatti trovare per l’ennesima volta con le braghe calate e non sanno assolutamente cosa fare.

Ma tornando a parlare di persone, non possiamo voltarci dall’altra parte sul futuro di chi ha scelto di stare dalla nostra parte, lasciandoli indietro. Se su queste pagine ci siamo spesso spesi contro l’immigrazione clandestina ed i flussi migratori incontrollati (e lo faremo ancora), è altrettanto vero che ospitare queste persone è un obbligo morale. L’Italia deve pensare a chi ci ha aiutato in questi anni in Afghanistan, concedendo loro lo status di rifugiati politici. È un dovere inderogabile.

 




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