Supergirl: la recensione

Supergirl arriva al cinema con un approccio lineare e solido; un’avventura semplice che valorizza Kara Zor-El e la sua caratterizzazione.

 

 

Molteplici sono i prodotti che hanno provato a raccontare al grande pubblico Supergirl, alias Kara Zor-El. Dal film La Ragazza D’Acciaio del 1984, passando per la serie televisiva andata in onda dal 2015 al 2021, fino alla breve e poco convincente apparizione in The Flash del 2023, il personaggio ha vissuto numerose trasposizioni, senza considerare le tante produzioni animate nelle quali ha ricoperto il ruolo di protagonista o comprimaria. La vera Supergirl, però, nasce sulle pagine dei fumetti DC e, ogni volta che si è allontanata dal materiale originale, raramente è stata rappresentata con una caratterizzazione davvero fedele. Questo film prende ispirazione da Supergirl: Woman Of Tomorrow, pur adattandone liberamente la storia, e restituisce una Kara Zor-El molto più vicina a quella dei fumetti moderni senza rinunciare a una propria identità.

Kara è alla ricerca di una pausa da se stessa ed è partita per un viaggio nello spazio che la porta a incrociare il cammino di Ruthye Marye Knoll, una giovane determinata a vendicare l’assassinio della propria famiglia. La ricerca del responsabile conduce le due protagoniste attraverso pianeti e civiltà differenti, costringendo Supergirl a confrontarsi con il proprio passato e con il peso delle responsabilità che derivano dai suoi poteri. Il risultato è un’avventura che alterna azione, momenti più intimi e un percorso di crescita personale.

La struttura narrativa è semplice, lineare e priva di inutili complicazioni. Una storia di questo tipo è stata proposta innumerevoli volte, ma proprio questa scelta rappresenta uno dei principali punti di forza del film: produzione e sceneggiatura preferiscono non correre rischi, affidandosi a un impianto narrativo collaudato e concentrando gli sforzi sulla costruzione della protagonista. Kara viene presentata con i suoi dubbi, le sue fragilità, il dolore che continua a portarsi dentro e quella forza che emerge soprattutto nei momenti più difficili; un approccio tutt’altro che scontato nel panorama dei cinecomic, spesso più interessati a reinventare i personaggi che a comprenderne davvero la natura.

 

 

Il ritmo accompagna la visione senza particolari cedimenti e rende il film piacevole dall’inizio alla fine. La scelta di affiancare Kara alla giovane Ruthye Marye Knoll rappresenta un espediente narrativo già visto, ma utilizzato con intelligenza. Attraverso gli occhi della ragazza diventa infatti possibile conoscere meglio il carattere della protagonista e comprenderne il vissuto. Eve Ridley (Il Problema Dei 3 Corpi, The Witcher), nei panni di Ruthye, offre una prova convincente; il personaggio trasmette determinazione e vulnerabilità nella giusta misura, riuscendo a ritagliarsi uno spazio importante senza oscurare la figura di Supergirl.

Milly Alcock (House Of The Dragon, Sirens) convince fin dal primo momento nei panni di Kara Zor-El. L’attrice non possiede quella bellezza quasi irraggiungibile che spesso viene associata ai kryptoniani sul grande schermo, ma proprio questa caratteristica rende il personaggio più umano e vicino allo spettatore. La sua interpretazione restituisce una giovane donna segnata dalla rabbia, dal senso di perdita e dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle. Kara appare spesso brusca nei modi, impulsiva nelle decisioni e lontana dall’immagine dell’eroina perfetta; rimane comunque guidata da un forte senso del bene, senza mai perdere quella naturale inclinazione ad aiutare gli altri. Milly Alcock riesce così a dare personalità a una Supergirl imperfetta, credibile e probabilmente più vicina alla Kara Zor-El dei fumetti moderni rispetto alle precedenti trasposizioni cinematografiche.

Discorso diverso per Jason Momoa (Il Trono Di Spade, Aquaman, Dune, Un Film Minecraft), finalmente chiamato a interpretare Lobo. La domanda sorge quasi spontanea: come sia stato possibile affidargli in passato il ruolo di Aquaman, fisicamente molto distante dalla sua versione classica, e attendere così tanto prima di assegnargli un personaggio che sembra modellato alla perfezione sulle sue caratteristiche fisiche. Momoa si diverte evidentemente a vestire i panni del cacciatore di taglie interstellare e questa naturalezza emerge in ogni scena. Il carisma dell’attore valorizza un Lobo sopra le righe, esagerato quanto basta.

 

 

L’elemento meno convincente è probabilmente Krypto, il cane di Kara. Il personaggio funziona nelle intenzioni, ma l’animazione non riesce sempre a integrarlo in maniera credibile con gli attori in carne e ossa, mostrando qualche limite soprattutto durante le interazioni ravvicinate. Gli effetti speciali si mantengono comunque su un buon livello generale, senza particolari picchi né delusioni, mentre la colonna sonora accompagna efficacemente gli eventi pur senza lasciare un ricordo indelebile. Le sequenze d’azione alternano scazzottate più confusionarie e complicate da seguire a momenti più spettacolari, valorizzati da rallentamenti che permettono di apprezzare meglio la messa in scena.

Vale la pena vedere Supergirl? Mettiamola così: se avete un paio d’ore libere e cercate un film capace di intrattenere senza troppe pretese, questa nuova avventura di Kara Zor-El rappresenta una scelta più che valida. La storia scorre con semplicità, i personaggi funzionano e il divertimento non manca; un’occasione perfetta per concedersi un po’ di refrigerio dalla calura estiva, seduti al fresco di una sala cinematografica con l’aria condizionata che lavora almeno quanto Supergirl.

 

Supergirl, 2026
Voto: 6