Cosa non torna dell’attentato a Mosca

Il massacro al Crocus City Hall ricalca alcune dinamiche dei gruppi terroristici islamici, eppure ci sono alcuni passaggi che suonano strani.

 

 

L’attentato compiuto a Mosca pochi giorni fa da sedicenti terroristi affiliati all’Isis è l’ennesimo evento poco chiaro avvenuto nello scacchiere est-europeo da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Il pensiero che ci sia un collegamento tra la brutale guerra d’annessione e gli accadimenti di questi giorni è scontato ed immediato, eppure ci sono numerosi elementi che meritano un’analisi più approfondita, è che ci consegnano un esito molto più nebuloso del previsto.

Addossare la colpa all’Ucraina è la spiegazione più semplice, immediata e da un lato anche comprensibile: la Russia è in guerra col “nemico fascista”, e quindi ogni atto di destabilizzazione interno deve essere opera degli ucraini; solo che ci sono alcuni elementi che lasciano veramente perplessi quando si sceglie questa spiegazione. Si comincia con l’auto utilizzata dagli attentatori per arrivare e per fuggire dal luogo dell’attentato, una vettura che inizialmente si è detto avere targa ucraina ma che parrebbe essere bielorussa. La direzione stessa della fuga, verso il confine ucraino, è piuttosto paradossale: veramente si cerca rifugio attraversando una zona di guerra? Anche qui, sembrerebbe che in realtà la direzione fosse la Bielorussia.
C’è anche da notare che l’Ucraina, al contrario dei russi, non ha mai deliberatamente puntato le proprie armi contro civili inermi. Nella sua guerra difensiva, Zelensky ha sempre cercato (con un discreto successo) di mostrare al mondo la differenza tra lo spirito ucraino, tendente alla giustizia ed alla democrazia (termini sui quali si è comunque liberi di dibattere) rispetto all’approccio di Putin, e storicamente insito nella cultura comunista e post-comunista russa, dove l’essere umano non merita diritti nè rispetto da parte delle istituzioni. A cosa gioverebbe per l’Ucraina essere vista come responsabile di questo attentato ai danni unicamente di civili? Pressochè a nulla, visto che oltre lo smacco subito da Putin sul fronte della sicurezza interna non ci sono altri vantaggi da poter acquisire. Ed è per questo che probabilmente la pista ucraina può essere scartata.

 

 

Un’altra opzione è quella che vede Mosca aver organizzato un’operazione sotto copertura per poter accusare gli ucraini. Questa teoria fa però fatica a stare in piedi; oltre al già citato smacco subito, Putin non ha bisogno di particolari stratagemmi per continuare la sua guerra contro l’Ucraina.
Rieletto di recente con percentuali bulgare ed un’affluenza alle urne superiore al 75% (anche se sono stati segnalati numerosi casi di “costrizione” al voto), Putin ha già un regno ai suoi piedi. Governando col pugno di ferro, avendo il pieno controllo delle forze armate ha nei mesi scorsi fatto piazza pulita di ogni oppositore (dall’inaspettato ma pericoloso Prigozhin al già neutralizzato Navalny, passando per i milioni di russi che sono fuggiti dalla madrepatria negli ultimi mesi). Putin reprime già oggi col pugno duro ogni forma di dissenso, e non ha bisogno di questi sotterfugi per rinsaldare il suo potere.

Al tempo stesso è impensabile che i suoi oppositori (pochissimi in patria, più numerosi all’estero) possano aver pensato di organizzare un’operazione di questo genere. Ancora una volta la domanda è: che vantaggi potrebbero avere? Se la popolazione russa non si è ancora ribellata di fronte ai quasi 100000 soldati morti sul fronte ucraino, come dovrebbe essere scossa contro Putin da un attentato del genere?

 

 

Resta quindi la spiegazione più banale e diretta, anche se costellata da punti poco chiari. I quattro attentatori, apparentemente tutti tagiki, sarebbero affliliati al Khorasan, un’ala dell’ISIS particolarmente attiva nella zona afghano-pakistana. Un predicatore avrebbe reclutato i quattro, promettendogli 500000 rubli (circa 5000 euro) per uccidere più gente possibile a Mosca ad un concerto rock (un ricorrente elemento che ricorda il Bataclan e il Supernova). L’Isis, che ha rivendicato l’operazione menzionando il sangue musulmano versato dalla Russia in Afghanistan, in Cecenia e in Siria, sarebbe quindi il mandante; i quattro, discretamente ma non sufficientemente organizzati, sarebbero gli esecutori. Resta però qualche dubbio di fondo: la targa della vettura era ucraina o bielorussa? I terroristi si dirigevano verso la frontiera ucraina, una zona di guerra pesantemente pattugliata e difficile da attraversare, o verso la Bielorussia? E perchè non verso le zone russe a forte presenza islamica dove poter trovare la necessaria rete di fiancheggiatori? Ma soprattutto: perchè ora? Perchè compiere un attentato di questo genere in modo del tutto scoordinato da eventuali ulteriori azioni, e perchè senza un vero e proprio casus belli, al di là della ricorrenza dell’inizio della guerra del ’79 in Afghanistan?

Sono punti ancora oscuri e che potrebbero restar tali. Certo è che se l’Isis decidesse di spostare la propria attenzione verso la Russia, Putin si troverebbe un inaspettato nuovo fronte interno da gestire.

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