Nine Perfect Strangers: la recensione

Recitare con la faccia bombata di botox non è facile. Già solo per lo sforzo artistico di Nicole Kidman questa serie merita attenzione.

 

Nine Perfect Strangers

 

Perché la faccia algida dell’ex moglie di Tom Cruise è il fulcro di tutta Nine Perfect Strangers, caricata con cadenza settimanale su Prime Video sotto la regia di Jonathan Levine. In una spa di super lusso arrivano nove perfetti sconosciuti accolti da una russa fricchettona tutta pilates, yoga e… qualche altra inquietante sorpresa. ‘Tranquillum’ è il nome di questo posto da sogno da lei gestito, immerso nella natura selvaggia dove le apparenze non servono (infatti le Lamborghini vengono lasciate all’ingresso) perché si lavora sull’interiorità. Du palle? Vero, se non fosse che ogni ospite nasconde un passato brutto e gli inservienti di Masha (questo è il nome della Kidman) sono morbosamente gentili.

Ne viene fuori un racconto new-age che non si segue sempre bene. Alcuni personaggi (i Marconi su tutti) riescono a tenere l’attenzione alta mentre altri (la giovane coppia che scopicchia in ogni angolo del centro) te la fanno perdere del tutto. Forse potevano impostare il racconto su tre o quattro e lasciare a casa cinque personaggi superflui? Di certo spicca Cannavale, nipote del compianto Enzo, che ben interpreta un giocatore di football caduto in malora tra alcol e vita che seriamente va di merda. Ma c’è un elemento della serie che divide il giudizi: le droghe.

 

Nine Perfect Strangers

 

Perché, senza temere spoiler, l’idea della russa è che bombandoti pesantemente puoi curare i tuoi malesseri psicologici. E così giù di allucinogeni per colazione (chi non si spara un po’ di LSD col caffè?) e di visioni che avrebbero fatto impallidire il Re Lucertola Jim Morrison. C’è chi ha apprezzato quest’innovativa idea terapeutica e chi invece l’ha trovata una vaccata epica. Effettivamente è strano che tutti gli ospiti accettino la cosa senza battere ciglio. Non è scontato aspettarsi una tisana drenante e ritrovarcisi dentro funghi allucinogeni. Ma forse la chiave di lettura è che ogni persona a Tranquillum è dannatamente ricca.

Qua non siamo nel centro massaggi cinese happy ending dove si scappa dalla famiglia, qua arrivano milionari insoddisfatti di tutto che cercano un modo per ricordarsi di essere vivi. Non a caso la morte, figurata e non, è un tema centrale del racconto e aleggia per tutto il tempo una cupaccia che fa sempre temere il peggio. Forse però di droga ne girava tanta anche tra gli sceneggiatori perché il finale, che NON anticipiamo, non può essere spiegato in altro modo.

Si chiede tempo allo spettatore per entrare in empatia con i nove sconosciuti e poi tutto viene liquidato con una fretta illogica. Sì, ok, è una miniserie ma forse poteva diventare una serie dando così il tempo di sviluppare alcuni snodi chiave. Forse il cachet della Kidman, che non sarà andata per cento euro a posa, non consentiva più degli otto episodi mandati in onda ma le sveltine ce la facciamo già per conto nostro. Quando ci buttiamo esausti sul divano, ci aspettiamo calma e relax.

Un’occasione persa, quindi, per una serie che studiava per diventare grande ma ha preso brutti voti all’esame finale. Un po’ Little Fires Everywhere, ma senza quello spessore, e un po’ Big Little Lies, ma senza quella tensione narrativa pazzesca, alla fine stiamo sui Racconti dello Zio Tibia. Però adesso qualcuno riponga la Kidman nella grafite insieme a Han Solo!

 

Nine Perfect Strangers, 2021

Voto: 6

 

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