“Oro blu”: la guerra per l’acqua nel XXI secolo

L’idro-egemonia sta assumendo il duplice ruolo di causa ed effetto dei conflitti del nostro secolo, rischiando di influenzare gli equilibri geopolitici mondiali.

 

 

L’acqua rappresenta non solo una risorsa fondamentale a garantire la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra, ma un elemento di interesse economico avente potere di mercato alla pari se non superiore ad altri beni di consumo. Se è vero, infatti, che le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo potrebbero esserlo per l’acqua; statistiche alla mano, i cosiddetti “water conflict” sono quasi triplicati dal decennio 2000-2009 a quello 2010-2019.

La crisi idrica deriva da diverse varianti: il surriscaldamento globale e il prosciugamento dei bacini d’acqua dolce, la crescita demografica ma anche (e soprattutto) politiche ambientali aggressive che sottopongono il pianeta ad un forte stress idrico. Ciò che rende l’acqua potabile un bene così raro, oltre alla scarsità della risorsa a livello naturale, è il fatto che non sia distribuita in maniera omogenea e che il suo consumo sia in continuo aumento.
Meno del 3% dell’acqua presente sul nostro pianeta è dolce, e solo l’1% è disponibile per gli esseri umani, di cui quasi i due terzi sono concentrati in 13 paesi. Alcuni continenti ad alto tasso di crescita demografica, come l’Africa, soffrono di una cronica scarsità dovuto da un tasso di natalità elevato a fronte di condizioni climatiche particolarmente ostili. In aggiunta, a partire dagli anni ottanta, la percentuale di consumo di acqua sulla Terra è cresciuta mediamente del 1% annuo. Secondo l’Unesco, oltre 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile, tanto che le risorse idriche pro-capite si sono dimezzate dai 16.800 metri cubi agli 8.470 attuali.
In tal senso, l’acqua si configura anche come un’arma a livello geopolitico tale da rappresentare una fonte di tensioni a livello globale, tanto da parlare di lotta alla “idro-egemonia”.

Sono diversi gli esempi che possiamo portare di quanto l’acqua influenzi le decisioni politiche e militari in questo frangente storico.
Il controllo del cosiddetto “oro blu” ha rappresentato uno dei pretesti per l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Nel 2014, in risposta all’annessione russa della Crimea, il governo ucraino aveva costruito una diga con l’intento di bloccare l’afflusso d’acqua dolce nella penisola, fino a quel momento garantito dal cosiddetto North Crimean Canal (NCC), un canale lungo circa 400 chilometri ed in grado di soddisfare circa l’85% del fabbisogno idrico della regione. Pertanto, oltre a rappresentare una minaccia per le repubbliche separatiste del Donbass, secondo Putin l’Ucraina avrebbe compromesso la sopravvivenza stessa degli abitanti della Crimea, tanto che una delle prime operazioni militari del Cremlino durante l’invasione è stata quella di radere al suolo la diga.

 

 

Cambiando area geografica, in Etiopia la costruzione da parte del governo di una diga sul fiume Nilo per la produzione di energia idroelettrica sta causando tensioni a livello locale. Secondo l’Egitto, la Grand Ethiopian Reinaissance Dam (Gerd), progetto di oltre 5 miliardi di dollari iniziato 2011 e ancora in corso, ridurrebbe di circa il 25% l’afflusso di acqua dolce verso le proprie terre e verso il Sudan, mettendo a rischio complessivamente oltre 150 milioni di persone. Il rischio è quello di ritorsioni militari contro l’Etiopia, con reale rischio di escalation considerando che l’Egitto possiede uno dei più grandi eserciti di tutto il continente africano. Di contro il governo etiope gode dell’appoggio della Cina, che nel paese ha interessi commerciali con oltre 150 aziende operanti sul territorio, e della Francia, con cui nel 2019 ha sottoscritto un accordo militare. La scarsità di bacini idrici è anche alla base dei flussi migratori all’interno del cosiddetto Corno d’Africa, causando da anni povertà e malcontento poi tradottesi in episodi di estrema violenza.

Questi sono solo alcuni degli infiniti esempi di come al pari del petrolio, nei prossimi anni il controllo e la disponibilità dell’oro blu rappresenterà l’ago della bilancia in termini politico-economici, in grado di influenzare i delicati equilibri geopolitici globali nonché di mettere a rischio la sopravvivenza di popolazioni e continenti interi. Oltre ai tentativi, pressocchè fallimentari, da parte delle grandi organizzazioni umanitarie e internazionali per la gestione delle risorse idriche attraverso politiche di controllo delle nascite o volte a mitigare gli effetti del surriscaldamento globale, la più grande speranza risiede ad oggi nella scienza.
Alcuni studi dimostrano come sia possibile, ad esempio, produrre acqua potabile dall’aria attraverso l’energia solare per portarla anche nelle zone più aride del pianeta; altri mirano a raccogliere l’acqua dall’umidità attraverso complesse tecnologie che ne consentirebbero l’accumulo e la conservazione in cisterne, anche in ambiente desertico. Alcuni di questi studi, se non la maggior parte, sono finanziati dai governi stessi, e questo a riprova del fatto che si tratti non solo (o non più) di una mera esigenza di sopravvivenza, ma di un potenziale strumento di potere cui diverse nazioni aspirano.
Tuttavia, pensare di poter ricorrere alla scienza per sopperire ai danni di cui l’uomo stesso è causa è la grande miopia dei nostri giorni. Verrebbe da chiedersi se non siano in corso altrettanti studi per la creazione artificiale dell’ossigeno, ad esempio, o del petrolio o di altre sostanze anche pericolose, e se un domani la vita stessa sulla Terra sarà progettata in provetta e garantita solo dalla scienza, avendo l’uomo distrutto ciò di cui necessita per sopravvivere.

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