La Vita Va Così: la recensione

Benvenuti a fricchettolandia, dove salvare il Pianeta Terra conta più del futuro delle persone; Riccardo Milani è il sindaco.

 

La vita va così recensione

 

La Vita Va Così è l’ultima fatica cinematografica del regista di Come Un Gatto In Tangenziale e Un Mondo A Parte, e il cast con cui si presenta è di tutto rispetto: un ottimo Diego Abatantuono, l’ormai collaudata Virginia Raffaele e un Aldo Baglio orfano di Giovanni e Giacomo ma comunque credibile anche in una prova più attoriale del solito. L’idea di fondo è buona: raccontare, in modo leggermente romanzato, la vera storia del pastore sardo Ovidio Marras, capace di impedire la costruzione di un resort di lusso sulla spiaggia di Capo Malfatano rifiutandosi di vendere un suo terreno e facendo causa all’impresa edilizia. Le cose belle, però, finiscono qua.

Innanzitutto la Raffaele in versione sarda è semplicemente pessima. Il suo accento, forzato e finto, sembra quello di un bambino delle elementari che scimmiotta i Tazenda e la faccia contrita da figlia innamorata del padre coraggioso è quella di quando una persona che detesti ti racconta una sua sventura. Tutto nella sua recitazione è sbagliato, persino la postura da mogliettina anni cinquanta (con le braccia sui fianchi e la schiena dritta) con cui accoglie il paese ad udienza di Efisio (che nella finzione è il padre). Se il Diego e l’Aldo nazionali tengono botta, si crolla definitivamente con i personaggi secondari: il consiglio d’amministrazione dell’imprenditore milanese sembra una puntata di Drive-In. Quella che avrebbe dovuto essere la chicca, poi, è il disastro finale, il fungo atomico di quando scoppia l’ennesimo robot fuffa del Trio Drombo: Geppi Cucciari nei panni di un’integerrima magistrata, inspiegabilmente vestita come una porno segretaria, riesce nell’impresa di restituire la peggiore performance recitativa del lungometraggio nonostante parli poco più di tre minuti. Eroina assoluta!

 

La vita va così recensione

 

Quello che rende fastidioso La Vita Va Così, però, è il messaggio di fondo che la pellicola vuole dare: il puro e rozzo contadino rifiuta offerte su offerte per vendere il suo terreno posponendo la tutela del territorio ai cattivissimi e sporchi soldi. Peccato che, nel frattempo, frega il futuro dei figli e dei nipoti che se la passano malissimo e che con quei soldi avrebbero vissuto bene, e frega anche (e soprattutto) l’intera comunità del suo paese: con la costruzione del mega-resort di lusso eco-sostenibile, il gruppo immobiliare di Milano mette sul piatto centinaia di assunzioni (reali) e di opportunità di crescita di tutta la popolazione autoctona. Il bello è che tutto questo non va letto tra le righe… il regista lo racconta candidamente in varie fasi del film tra cui spicca, a titolo puramente esemplificativo, la storia del giovane bambino costretto a studiare per tutta l’infanzia a novanta chilometri da casa e obbligato a lasciare la sua isola in età adulta perché, senza turismo, a nulla serve il suo brevetto da sub.

 

La vita va così recensione

 

Una storia, quindi, tutta ideali ed estetica (il mare sardo è splendido) che di concreto non ha nulla. Se Milani voleva fare un’enorme metafora della Sinistra italiana, ha fatto centro.
Il timore, però, è che le intenzioni fossero più narrative, e in tal caso il buco dell’acqua è enorme. Se ancora ci credete poco, aspettate di vedere la trovata stilistica con cui si annunciano i titoli di coda.
Poche idee confuse… la vita va così. Ma non per forza, Milani, non per forza.

 

La Vita Va Così, 2025
Voto: 5
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