Molti di noi si ricordano di Michael Jackson come del re del pop, ma ci sbagliavamo: secondo questo film è praticamente Gesù risceso in terra.

La nuova pellicola di Antoine Fuqua avrebbe l’ambizione di raccontare la vita di Micheal Jackson, una delle icone pop più importanti della musica internazionale moderna. Usiamo il condizionale perché, nonostante gli intenti siano lodevoli, il risultato è imbarazzante: un lungometraggio su San Francesco sarebbe stato più oggettivo e realistico.
La crepa in cui scivola tutto il lavoro non è causata dalla scelta di mostrare solo un preciso periodo di tempo; il regista di Training Day parte dall’infanzia di Michelino ugola d’oro e si ferma al celeberrimo Bad Tour (che toccò persino Roma nella splendida cornice dello Stadio Flaminio). La cosa ci sta, perché l’arco temporale totale fino alla morte dell’artista sarebbe stato troppo ampio da coprire e i fatti avvenuti al suo interno sarebbero stati tantissimi (troppi). La crepa non si forma neanche nella scelta di non voler trattare le accuse di pedofilia ed altre nefandezze ipoteticamente perpetrate all’interno di Neverland. Sono cose successe decenni dopo la fase di narrazione dell’opera, cosa che di fatto smarca tutta la produzione da una bella rogna. La crepa, profonda e insanabile, si apre sul modo costante di dipingere la voce di Thriller: un’agiografia che neanche il Vaticano spingerebbe a questi livelli per il suo “direttore”.
In Michael tutto è luce, dalla vocina flebile e dolce alla costante cortesia con cui affronta un’esistenza che avrebbe fatto impazzire Gandhi. MTV si rifiuta di passare i suoi video perché “troppo nero”? Lui chiede la cortesia (!) al discografico di intercedere. Il padre lo pista come l’uva da quando è piccolo nonostante sguazzi nell’oro che lui stesso con i Jackson Five gli aveva procurato? Il ragazzo resta comunque disponibile ad elargire favori e tour per il quieto vivere della famiglia. E non solo.

Record di vendite dei dischi, premi come se piovesse, concerti su concerti con affluenza da tutto esaurito, fama globale; eppure Michael Jackson non ha mai una piccola ombra sull’anima. In lui non c’è egocentrismo, avidità o anche solo la lussuria di farsi qualche avvenente fan (donna o uomo che fosse). In lui nulla cambia dal bambino dei primi successi che ama mangiare il gelato con la mamma e leggere la favola di Peter-Pan. Nulla nello scorrimento di questo lungometraggio fa evolvere o involvere il personaggio rendendo il tutto non tanto irreale, quanto ridicolo.
La produzione non voleva scazzi con la famiglia e in buona parte c’è riuscita (tranne che con Janet Jackson che non ha dato i diritti per apparire nel film). Era anche convinta che l’indiscussa bellezza delle canzoni e delle performance sceniche della star coprissero tutta la melassa proposta, e invece qui invece ha bucato. Infatti il contrasto è così forte che, nonostante il nipote di sangue Jaafar che lo intrepreta sia eccelso nel ballare e cantare come lo zio, Michael è un film da gravissima insufficienza, perché è disonesto.

E’ stato preannunciato un secondo capitolo della saga dove, con ogni probabilità, si eviterà ancora di affrontare la possibile versione di mostro/mangiabambini. Come in parte ci ha spiegato il documentario Jeffrey Epstein – Soldi, Potere, Perversione, l’innocenza del cantante potrebbe anche essere reale per cui non sarebbe un problema in sé.
Diventerebbe insopportabile invece se Fuqua ci proponesse altre due ore di inno alla gioia sulla grazia di questo artista che, per quanto sia stato grande nelle sue canzoni, resta sempre un essere umano come tuti noi che va in bagno e magari ogni tanto fa una puzzetta. A meno che in Men in Black non avessero ragione…









