Coach Carter: la recensione

Il basket è un gioco divertentissimo, a meno che decida di raccontarlo Thomas Carter in uno dei film più noiosi di sempre.

 

Coach Carter recensione

 

Ispirato alla vera storia di Ken Carter, ex giocatore di basket che dopo il ritiro sbarca il lunario gestendo un negozio di articoli sportivi e si riscopre allenatore vincente tra i giovani, questo lungometraggio si inserisce nel filone (di successo) di titoli indovinati come Hustle o come serie documentaristiche tipo Starting 5. Un solco felice che ben presto il regista perde di vista: nonostante la certezza di un Samuel L. Jackson come protagonista e l’attrattiva indiscussa di azioni concitate e tiri da tre punti, il tentativo narrativo è a dir poco paludoso.

Tutto inizia quando il sergente di ferro Carter decide di mettere in discussione la sua vita comoda accettando l’offerta di allenare gli Oilers della Richmond High School, scuola nella quale ha mosso i primi passi. Da là inizia la sua opera di bonifica nelle vite di ragazzi talentuosi ma difficili che galleggiano tra il professionismo e Regina Coeli, con una spocchia fastidiosa da salvatore della patria che indispettirebbe persino San Francesco. Se nel mondo reale i successi che ha davvero raggiunto l’allenatore dimostrano quanto lo sport possa salvare dalla strada i giovani, questi 136 minuti di stillicidio fanno sullo spettatore l’effetto opposto. Piuttosto che arrivare alla fine del lento Coach Carter sareste disposti a scippare una vecchietta alle poste.

 

Coach Carter recensione

 

E questo perché tra il dire e il fare… ci sono di mezzo i dialoghi: quelli lenti e infiniti che i ragazzi sciroppano negli spogliatoi, tra calzettoni arrotolati e addominali d’acciaio. “Che noia che barba che noia” direbbe Sandra a letto con Vianello; una noia che vi metterà in costante attesa che si torni in campo per vedere un po’ d’azione e qualche banalità in meno. Non ne manca nessuna in questa pellicola piccola piccola: c’è la droga, ci sono le ragazze facili, c’è l’alcol e ci sono i soldi sporchi. C’è, insomma, il Quartiere (non a caso con la Q maiuscola) evidentemente raccontato da chi quella vita non l’ha mai nemmeno sfiorata. Un po’ come se quel che accade a Corviale fosse narrato da chi vive in duecento metri quadri ai Parioli. Se il micro va male, anche il macro è un disastro: persino il messaggio di fondo stucca.

 

Coach Carter recensione

 

La disciplina vince su tutto? Sì, ma anche meno, perché bisognerebbe sempre ricordare ai ragazzi intenti alla visione che, col massimo dell’onestà, se sei alto un metro e cinquanta, non ti basterà allenarti bene per eccellere sul campo da basket; e invece qua è tutto sudore e abnegazione. E’ tutto codice binario uno o zero: Coach Carter tuona e gli altri marciano. Fosse stato Full Metal Jacket sarebbe anche stato accettabile, ma in questo caso non c’è mai l’introspezione di un personaggio (che ricordiamo essere reale) magari un po’ impaurito dal fallire il suo compito o semplicemente scazzato dal dover lavorare con mele marce. L’unico acuto di questa trascurabile opera è il finale, salvato probabilmente dal fatto che, raccontando una storia vera, non si poteva fare diversamente. Ma è davvero troppo poco in un momento storico in cui il basket sta tornando di moda tra i giovani europei e dove la tecnologia consentirebbe riprese spettacolari e coinvolgenti.

Se volevate vedere un Pensieri Pericolosi palleggiante siete accontentati, ma senza la bellezza di Michelle Pfeiffer e con una grande possente schiacciata. Di cosa lo potete immaginare da soli.

 

Coach Carter, 2005
Voto: 4
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