Il Diavolo Veste Prada 2: la recensione

Il Diavolo Veste Prada 2 riporta in scena il mondo iconico della moda; un’operazione nostalgia che conquista il pubblico senza però proporre nulla di nuovo.

 

 

Negli ultimi anni il panorama cinematografico ha visto moltiplicarsi le cosiddette operazioni nostalgia; produzioni costruite per riportare in primo piano titoli iconici del passato, spesso riproponendo gli stessi interpreti e immaginari che ne avevano decretato il successo. Il Diavolo Veste Prada 2 si inserisce perfettamente in questo filone, puntando con decisione su un richiamo emotivo immediato. L’obiettivo appare evidente; sfruttare il legame affettivo con il pubblico per trasformarlo in un risultato concreto al botteghino. La campagna mediatica che ha preceduto l’uscita del film si è dimostrata estremamente efficace, capace di riportare in sala un pubblico numeroso come raramente è successo nell’ultimo periodo.

Come nel primo capitolo, la storia riporta lo spettatore all’interno dell’universo della rivista Runway, anche se in un contesto profondamente cambiato. Il settore editoriale attraversa una fase di crisi; le vendite calano e il digitale domina il mercato; Miranda Priestly si trova costretta ad affrontare nuove sfide, cercando di mantenere il controllo in un ambiente sempre più instabile. Intanto Andrea Sachs ha costruito una carriera solida lontano dalla rivista, ma il passato torna a bussare con insistenza: il suo percorso si intreccia nuovamente con quello della direttrice. Emily Charlton invece occupa ora una posizione di grande potere nel mondo della moda, diventando una figura chiave nei nuovi equilibri professionali. Il racconto si sviluppa quindi su dinamiche già note, aggiornate a un contesto contemporaneo senza però modificare realmente la struttura narrativa di fondo.

Tre sono gli aggettivi che emergono con maggiore forza al termine della visione di Il Diavolo Veste Prada 2; stantio, malinconico e triste. La durata risulta eccessiva rispetto a ciò che viene effettivamente raccontato; numerosi passaggi appaiono superflui e non contribuiscono allo sviluppo della trama principale. La narrazione tende a dilungarsi senza reale necessità, con il rischio di mettere alla prova l’attenzione dello spettatore, in particolare quello più giovane. L’impressione generale è quella di un racconto che fatica a trovare un ritmo adeguato, appesantito da sequenze che non aggiungono valore.

 

 

A questo si aggiunge una fortissima sensazione di déjà-vu costante. La struttura narrativa riprende in modo evidente quella del primo capitolo, Il Diavolo Veste Prada; cambiano le circostanze, si alza il livello dello scontro professionale, ma il nucleo della storia rimane sostanzialmente invariato. Se in passato Miranda costruiva strategie per difendere la propria posizione, qui il meccanismo viene riproposto su scala più ampia, senza introdurre elementi realmente innovativi. Il risultato è un racconto che appare già visto, quasi immobile nel tempo, incapace di rinnovarsi davvero.

La componente nostalgica rappresenta il fulcro dell’intera operazione. I personaggi principali sono gli stessi, riconoscibili fin dal primo sguardo; le loro caratteristiche non subiscono evoluzioni significative. Sono trascorsi venti anni, ma il cambiamento riguarda soprattutto il ruolo professionale e il potere acquisito, non la loro identità. Questa scelta contribuisce a rafforzare il legame con il passato, ma al tempo stesso trasmette una sensazione di staticità; figure ancorate a ciò che erano, prive di un autentico percorso evolutivo.

Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep (Panama Papers, Il Diavolo Veste Prada, Mamma Mia, Julie & Julia, Kramer Contro Kramer, La Morte Ti Fa Bella, The Manchurian Candidate, Only Murders In The Building), conserva intatta la sua immagine di direttrice fredda, esigente e autoritaria, con l’aggiunta di qualche breve momento di fragilità. L’interpretazione rimane solida, elegante, perfettamente in linea con il personaggio; una conferma della statura artistica dell’attrice. Andrea Sachs, portata sullo schermo da Anne Hathaway (I Segreti Di Brokeback Mountain, Il Diavolo Veste Prada, Agente Smart – Casino Totale, Alice In Wonderland, Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, Interstellar), mantiene lo slancio della sognatrice determinata, senza variazioni significative. Nigel Kipling, interpretato da Stanley Tucci (Il Rapporto Pelican, Era Mio Padre, The Terminal, Amabili Resti, Margin Call, la serie di film Hunger Games, Il Caso Spotlight, Il Conclave), continua a muoversi come una presenza discreta ma fondamentale; una guida silenziosa che osserva e interviene con misura. Emily Charlton, con il volto di Emily Blunt (Il Club Di Jane Austen, La Guerra Di Charlie Wilson, I Guardiani Del Destino, Edge Of Tomorrow, Into The Woods, Il Cacciatore E La Regina Di Ghiaccio, A Quiet Place – Un Posto Tranquillo, A Quiet Place II), rappresenta l’unica figura a modificare realmente il proprio ruolo all’interno degli equilibri narrativi, pur mantenendo intatto il suo atteggiamento competitivo e distaccato. L’insieme restituisce una buona qualità interpretativa, ma il senso generale rimane quello di una riproposizione più che di una vera evoluzione.

 

 

L’unico spunto che emerge con una certa forza ne Il Diavolo Veste Prada 2 riguarda il messaggio di fondo, decisamente amaro. Il talento sembra aver perso centralità all’interno del mondo del lavoro; la creatività lascia spazio a logiche dominanti fatte di numeri, algoritmi, intelligenze artificiali e strategie di mercato. La narrazione sottolinea più volte come il tempo dedicato alla riflessione e alla costruzione di contenuti sia ormai ridotto al minimo. La fruizione stessa dei giornali e delle riviste è cambiata, non viene più sfogliata, ma consumata rapidamente sullo schermo del cellulare. Un passaggio affidato a Nigel sintetizza efficacemente questa trasformazione, descrivendo un pubblico distratto, abituato a scorrere contenuti senza soffermarsi, senza riconoscere il giusto valore al lavoro altrui; la fruizione avviene ormai nei momenti più marginali della giornata, persino in contesti banali e quotidiani, come il tempo trascorso in bagno, riducendo ulteriormente lo spazio dedicato all’attenzione, alla riflessione e alla cultura in generale.

Questo messaggio, così chiaro e attuale, finisce però per scontrarsi con ciò che il film mostra davvero; mentre si parla di un mondo che non lascia più spazio alla creatività, la storia sceglie di riproporre esattamente le stesse dinamiche di vent’anni fa. I personaggi sono gli stessi, con le stesse caratteristiche, inseriti in situazioni che ricordano molto da vicino quelle già viste; manca un vero tentativo di rinnovamento, di dare nuova energia al racconto. Ne deriva una certa incoerenza di fondo; da un lato si critica un sistema che premia la ripetizione, dall’altro si costruisce un film che fa proprio della ripetizione il suo elemento principale, senza aggiungere uno sguardo davvero nuovo.

Dopo aver visto Il Diavolo Veste Prada 2 permane una sensazione complessiva di occasione mancata, accompagnata da una domanda di fondo tutt’altro che scontata: serviva davvero questo film o si è trattato semplicemente di una grande opportunità per monetizzare sulla scia della nostalgia?

 

Il Diavolo Veste Prada 2, 2026
Voto: 5
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